La città di Hebron, famosa per le sue uve e le fabbriche di ceramiche e vetri, è stata colpita da un assedio israeliano per 11 giorni. I residenti hanno denunciato vivere nel terrore continuo a causa delle case devastate e dei posti di blocco presenti in tutta la città. La città è divisa in due zone, una amministrata dall'Autorità Nazionale Palestinese e l'altra sotto il controllo militare israeliano. L'operazione militare ha costretto allo sfollamento di più di tremila persone, centinaia sono state perquisite, arrestate e interrogate, sono stati svuotato completamente alcuni quartieri, causando la sospensione delle lezioni per più di 80.000 studenti. 15 strutture sono state completamente demolite e chiusi 327 tra negozi e attività commerciali, con una perdita economica stimata di circa 12 milioni di NIS (circa tre milioni di euro) al giorno. La scorsa settimana il capo di stato maggiore Eyal Zamir delle Idf aveva comunicato al primo ministro Benjamin Netanyahu che non c'erano ragioni operative per continuare l'operazione a Hebron e che non esisteva alcuna base giuridica per impedire ai palestinesi di tornare a casa. Eppure solo ieri è stata riaperta la via di casa alle famiglie palestinesi che, con quell’attentato, non c'entravano niente. La marcia del ritorno delle famiglie di Hebron è iniziata domenica scorsa, dopo dieci giorni di sfollamento forzato, hanno chiesto di poter tornare a casa. I residenti hanno denunciato che le loro case sono state devastate e saccheggiate, e che i soldati israeliani sono entrati in ogni stanza per controllare tutto.
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