La parabola del trumpismo e il centrodestra: lo sganciamento richiede maggiore accortezza

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La parabola del trumpismo e il centrodestra: lo sganciamento richiede maggiore accortezza

La vittoria dei democratici alle elezioni di metà mandato ha avuto dimensioni tali da spingere molti a dare per conclusa la parabola di Donald Trump e del suo movimento. Ciò non toglie che Trump, per quanto azzoppato, resterà il legittimo presidente degli Stati Uniti ancora per due anni, nel pieno delle sue funzioni, specialmente sulla politica estera , ambito nel quale il congresso può fare poco per imbrigliarlo e in cui lui invece può fare moltissimo per mettere nei guai il mondo intero. Primi tra tutti i suoi alleati e sostenitori all’estero. Il rischio, per Giorgia Meloni , è dunque che il fantasma del trumpismo , consegnato al passato della politica americana, continui ad aleggiare ancora a lungo sulla politica italiana. Di sicuro non mancherà di evocarlo il campo largo, che ha tutto l’interesse a celebrare la vittoria dei democratici per provare a sfruttarne la scia, come fece del resto Meloni due anni fa con Trump. È vero che il tentativo di prendere le distanze dal presidente americano, a destra, è cominciato da mesi, almeno a partire dall’impopolarissimo intervento in Iran. Da tempo esponenti del governo e giornalisti di area ripetono l’argomento secondo cui non è Meloni a scegliere il presidente degli Stati Uniti, con cui la nostra presidente del Consiglio deve comunque trovare un modo di convivere, che le piaccia o no. Omettendo di ricordare, però, che Meloni partecipa da anni a tutte le iniziative del movimento trumpiano, con messaggi e comizi in cui dichiara solennemente di condividerne idee e valori. E se è vero che non è lei a scegliere l’inquilino della Casa Bianca, è non meno vero che Meloni in ciascuna di queste occasioni ha fatto campagna per lui, esortando gli americani a votarlo. Video e dichiarazioni che ora, inevitabilmente, rispuntano da ogni parte. Per il centrodestra si profila dunque un’alternativa del diavolo: da un lato l’esigenza di non lasciarsi trascinare nel discredito di un presidente imprevedibile, che ora potrebbe essere tentato di dare il peggio di sé proprio sul terreno per noi più sensibile, quello della politica internazionale ; dall’altro il rischio di apparire, nella migliore delle ipotesi, piuttosto goffi, per non dire opportunisti. Vedi le affrettate dichiarazioni di Antonio Tajani , su Meloni e sul centrodestra che non sarebbero "mai stati trumpiani", o quelle pronunciate dall’ex ministro della Cultura, e attuale consigliere regionale di Fratelli d’Italia, Gennaro Sangiuliano , commentando le elezioni americane su La 7, secondo cui la destra italiana "non ha nulla a che vedere con il trumpismo" e si ispira a tutt’altre tradizioni, come il ben diverso conservatorismo di Ronald Reagan. Lui che appena un anno fa si faceva fotografare con tanto di cappellino rosso-Maga e lo slogan: "Make Naples Great Again". Le manovre di sganciamento dal carro trumpiano, cui Meloni e tutto il governo dovranno inevitabilmente ricorrere, richiederanno con ogni evidenza maggiore accortezza.

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