Zuppi al cuore della violenza giovanile: "Una rabbia che nasce dalla solitudine, la repressione da sola non può bastare”

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Zuppi al cuore della violenza giovanile: "Una rabbia che nasce dalla solitudine, la repressione da sola non può bastare”

Il cardinale chiede di distinguere fra i manifestanti e chi vandalizza le città. Nelle tensioni sociali di queste settimane il presule coglie anche un effetto della crisi della famiglia che è lasciata troppo sola Oggi ore 02:00 - Aggiornamento oggi ore 02:03 Roma, 8 novembre 2026 – Avrebbe voluto fare l’educatore , se non fosse entrato in seminario. Da giovane animava le ’scuole popolari’ con la Comunità di Sant’Egidio, nell’anonima periferia di Roma. Oggi Matteo Zuppi , 70 anni, è cardinale, detiene la cattedra dell’arcidiocesi di Bologna e la presidenza della Conferenza episcopale italiana. È un uomo di Chiesa che, però, davanti al malessere, alle proteste e alle violenze giovanili di queste settimane, non rinuncia al piglio dell’educatore per entrare dentro i problemi. E non limitarsi a denunciarli . «Dobbiamo educare i ragazzi alla responsabilità, aiutando a capire la conseguenza delle parole e dei gesti – scandisce don Matteo, come lo chiamano sotto le Due Torri –, ma sempre dando fiducia e, soprattutto, vivendo noi la responsabilità. Nessun algoritmo può prendere il posto dello sguardo di un insegnante o di un genitore che incoraggia, corregge, comprende e accompagna». Eminenza, anche l’Italia come la Francia è entrata nell’autunno caldo: le tensioni erano nell’aria? «A settembre, aprendo i lavori del Consiglio permanente della Cei, mettevo in guardia su alcuni episodi di violenza che ci interrogavano profondamente per richiamarci ad una presenza rinnovata nel mondo educativo. Non ci sono solo gli scontri e i vandalismi di piazza. Pensavo alle aggressioni contro i docenti, spesso eccitate dal digitale, trasmesse in diretta, con l’inconsapevolezza di non distinguere il falso dal drammaticamente vero. Attenzione, però, a mettere tutto sullo stesso piano e ad accontentarci di semplificazioni frutto solo di una lettura polarizzata della realtà». «Dobbiamo uscire dall’ipocrisia dei giustizialisti e degli innocentisti, come se cercare di capire significhi non vedere o, al contrario, indurirsi e criminalizzare risolva i problemi. Insomma, c’è chi manifesta pacificamente e ha il diritto di essere ascoltato e chi saccheggia, distrugge. E questa si chiama violenza che non deve avere alcuna giustificazione, ma risposte che siano efficaci e continue». Guai a confondere il malessere con la veemenza? «Sì, altrimenti finiamo per non capire entrambi i fenomeni. Proprio la seconda, che va respinta e condannata, tradisce coloro che vogliono solo manifestare». Come uomo di Chiesa, che idea si è fatta di questa rabbia giovanile? «È senza parole, molti di quei ragazzi, che sfasciano le vetrine e saccheggiano i negozi, si danno appuntamento sui social. Questo per me è il dato più inquietante: c’è un vuoto da riempire. Di senso, relazioni, di adulti credibili, di futuro. Chiamiamo i ragazzi con etichette sbrigative, a volte sprezzanti. Ma sono figli nostri, delle nostre città, delle nostre scuole. Viviamo iperconnessi, ma con tanta solitudine. Si può crescere senza che nessuno ti chieda davvero come stai e senza incontri che ti aiutino a capire e a cambiare. La rabbia spesso è solitudine che non incontra risposte». Però i media sono pieni di interpretazioni, analisi e giudizi... «Mancano alternative e paternità, non paternalismo: significa farsi carico. Questo non giustifica la viole nza, ma ci obbliga a capirla. E cercare di capire non significa giustificare». Far leva solo sulla sicurezza non basta? «Questa è necessaria, perché la violenza va fermata». Anche perché quella che un tempo si chiamava ’maggioranza silenziosa’ chiede di vivere sicura. «Assolutamente, io penso con gratitudine agli agenti che fanno un lavoro difficile. La repressione però contiene, non risolve e non educa. Ferma il sintomo, ma non guarisce. E poi arriva dopo, quando qualcosa si è già rotto. Dobbiamo chiederci dove stanno quei ragazzi il resto dell’anno. Chi li incontra, quale oratorio, quale palestra, quale scuola, quale adulto? La vera sicurezza è una cit

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